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LE PAGELLE DI A.B.O.

Articolo pubblicato da Il Gionale Dell'arte _ Vernissage Anno 3 N.38

Roma

a Biennale alle porte, la rivalutazione della Transavanguardia, il contemporaneo che, da Roma a Milano, da Torino a Napoli, sta finalmente diventando anche una «specialità» italiana; e poi l'arte italiana in pieno decollo sul mercato estero, il nuovo ritorno della pittura, una nuova generazione di critici che si fa avanti: ce n'è abbastanza per dare argomenti di discussione ad Achille Bonito Oliva, che a 64 anni ha 1'età e la storia per leggere il presente alla luce di un intenso passato prossimo.

Achille Bonito Oliva, dieci anni dopo la Biennale di Venezia da Lei diretta, il suo successore Francesco Bonami le rende omaggio sulle pagine dei giornali. Omaggio al maestro, piaggeria o semplicemente il desiderio di mettere le mani avanti per evitare attacchi almeno da un fronte della critica?

Harald Szeemann prima, durante e dopo il suo quadriennio di direttore ha riconosciuto pubblicamente la Biennale del 1993 come la migliore in assoluto degli ultimi decenni. Dunque nessuna prudenza o piaggeria. In entrambi i casi credo non si tratti di dichiarazioni di pura cortesia.

Qualcuno sta già accusando Bonami di aver basato le scelte italiane su due scuderie milanesi, quelle di Guenzani e De Carlo. Ai suoi tempi le cose andavano diversamente?

Il sistema dell'arte, non da me inventato ma precocemente teorizzato già nel 1972, è sempre esistito e dunque riconosco alle gallerie un lavoro anche di promozione culturale e di scoperta degli artisti. Semmai vedo un buco nero nella lista degli artisti nei confronti di una città come Napoli, la più viva in Italia da un punto di vista creativo e istituzionale, anche per merito dei galleristi da Lucio Amelio (a cui debbo la prima mostra di Beuys in Italia è "Terrae Motus") ad Alfonso Artiaco. Bastava visitare, e non è stato fatto, la mostra al Castel Sant'Elmo promossa dalla Regione Campania "Qui e Ora e Napoli anno zero", curata da Maraniello, con artisti come Betty Bee, Bianco-Valente, Scotto Di Luzio, Piero Golia, Perino e Vele, Raffaella Nappo ecc.
E questo valeper tutta la geografia del sistema dell'arte con gallerie disseminate in città grandi e piccole, da Noero a Torino alla Continua di San Geminiano; alla galleria Valentina Bonomo e Valentina Moncada a Roma, Giò Marconi ed Emi Fontana a Milano, fino a Nicolò Sprovieri a Londra.

Ma allora perché i nostri artisti, salvo rare eccezioni, faticano così tanto ad essere riconosciuti all'estero?

Certo, la Transavanguardia e l'Arte Povera sono stati siluri andati a bersaglio e tornati indietro carichi di riconoscimenti. Ora gli artisti procedono in fila indiana e senza un sistema istituzionale che li assista come in Francia, Germania e Stati Uniti Inoltre in Italia esiste una classe politica "cinica e bara" che non punta sul contemporaneo, in quanto non portatore di immediato consenso, e scandalosamente conferma per l'arte un'IVA al venti per cento come una merce qualsiasi, contrariamente ad altri paesi che danno all'arte uno statuto di prodotto particolare, per non dire spirituale.

Lei attualmente è consulente di un uomo di «governo» come Bassolino, Presidente della Regione Campania. Quindi ha la possibilità di sovvertire questa logica.

È quello che stiamo facendo a Napoli con una programmazione culturale riguardante tutte le arti contemporanee, come lingua parlata dalla politica alle nuove fasce generazionali anche in una città così problematica. Abbiamo puntato sul concetto di committenza e arte pubblica, in sinergia con le altre istituzioni diffuse nella città e nell'intero territorio regionale. Il risultato: novanta opere di artisti di tutto il mondo acquistate e installate stabilmente nelle stazioni della Linea I della metropolitana di Napoli dal 2002, il progetto "GIi Annali delle arti'' (con una durata progressiva da giugno di ogni anno alla primavera successiva, prima edizione nel 2003), "Tempo incerto", e la partenza, dalla fine
del 2004, di un nuovo museo di arte contemporanea.

Cosa pensa del rilancio di Roma nel contemporaneo? Quale valutazione dà del Macro di Eccher e del MaXXI di Colombo?

Quando a questi due musei si aggiungerà lo spazio del Palazzo dei Congressi di Fuksas e il rinnovato Palazzo delle Esposizioni si affancherà alle Scuderie del Quirinale e al Chiostro del Bramante ci troveremo difronte di fronte ad un'area espositiva senza precedenti anche a livello internazionale, secondo la "scala Vagheggi'". Eccher e Colombo, assolutamente all'altezza, non debbono però rimanere I guardiani di un eterno cantiere.

Le spiace non aver mai diretto un museo?

Sono io un museo volante, e per nomadismo credo di aver mantenuto la promessa e la minaccia. Comunque resta base privilegiata di partenza e ritorno la città di Roma, come un premio.

Infatti lei, napoletano, continua a viverci......

Sono arrivato qui nel '68, dalla poesia e da Napoli battezzato come critico in anteprima da Pino Pascali. In una locomotiva guidata da un mio amico scultore allora ferroviere, Baldo Diodato. Naturalmente senza pagare il biglietto. Subito ben accolto da galleristi come Plinio De Martiis e Fabio Sargentini critici come Boatto, Fagiolo, Briganti, Brandi e artisti come Pisani e De Dominicis, un trio diurno e notturno, in distonia col momento caratterizzato dall'Arte Povera. Distonia confermata anche dal m&Mac245;o grande sodalizio con Mario Schyano. Inoltre nasce il mio rappor' to con Graziella Lonardi e con gli Incontri Internazionali d'Arte, di cui sono curatore dal 70 con mostre da "Vitalità del negativo" e "Contemporanea" fino a "Minimalia".

Qual è il suo ricordo di De Dominicis, uno degli artisti italiani più misteriosi?

Trentennale, forte e sanamente conflittuale. Il mio primo libro "Il territorio magico" porta in copertina il sigillo di una sua opera. Il nostro rapporto, ludico e conflittuale ma accompagnato da una diversa visione dell'arte e della critica, era fatto di incontri diurni e notturni Lui per una visione romantica e in fondo piccolo borghese, puntava sul primato assoluto dell'artista, io, nichilista e laico, sulla complementarietà tra i due ruoli per un'idea moderna di cultura basata sulla divisione del lavoro intellettuale. Gino considerava la critica come un taxi su cui salire e scendere a piacimento. E io l'ho sempre avvertito di essere una Rolls Royce. Ma ricordo ancora con commozione momenti di gioia comune quasi infantile come quando io, lui, Pisani e Sargentini ci recammo alla stazione Termini in attesa del treno che portava da Firenze la prima copia del mio libro "Il territorio magico", edito dal Centro Di.

In occasione della Biennale del 1993 animaste una memorabile scazzottata verba le finita sui giornali.

Con mezzi impropri, cioè non frontali e lealmente dichiarati, Gino mi accusava di aver dato protagonismo più al mio progetto che agli artisti e di aver premiato Nam June Paik, Wilson, Kosuth ecc. Il tutto con una motivazione culturalmente comica (sottoscritta anche in una ridicola lettera da altri artisti): il mancato rispetto per lo "specifico".

Avete fatto in tempo a riappacificarvi?

Si due anni prima della sua morte. D'altronde non avevo sensi di colpa per il mancato premio. Glielo avevo già dato alla Biennale di Parigi dell'85. Una riappacificazione piena, ma sempre ognuno sulle proprie posizioni Ricordo simpaticamente che Gino fino alla fine diceva a Mazzoli di non fami sedere a capotavola.... e ancora come non gli piacesse la mia definizione dell'artista come "ererrore biologico rispetto all'opera'" e nemmeno che avessi realizzato "Toto modo: I'arte spiegata anche ai bambini". Una storia dell'arte basata suiparadossi del principe napoletano.








Quali sono i suoi rapporti con gli artisti della Transavanguardia? Alcuni di loro sono stati considerati una sua invenzione che ha garantito loro un futuro insperato.

Non sono un manipolatore ho solo intuito le grandi potenzialità di cinque artisti autentici: Chia, Cucchi, Clemente, De Maria e Paladino. Una famiglia di artisti che non sono parenti tra loro, portatori ogniuno di una forte personalità, autori delle loro opere come io lo sono della mia teoria. E dunque, parafrasando Flaubert, "La Transavanguardia c'est moi".
Come definirebbe venticinque anni dopo la Transavanguardia?

Un movimento no global che ha fatto molta strada partendo da un momento storico egemonizzato dalla globalizzazione dei modelli forti americani. Genius loci e identità soggettiva contro omologazione e neutralità dell'oggetto.

La pittura sembra conoscere una nuova resurrezione dopo il ritorno all'ordine neo-concettuale. Però buona parte degli artisti si esprimono con video e telematica, strumenti mirati alla dematerializzazione del "corpo dell'arte" per usare una sua definizione.

Tali mezzi (vedi Documenta) per lo più svolgono un servizio di documentazione sociologica della realtà. Una supremazia dei mezzi tecnologici basata sull'uso diffuso in paesi abbienti e sul loro privilegio da parte dei "curators", che fanno un lavoro di pura manutenzione del presente. Da qui scelte omologate, anche per complicità generazionali, e dalla mancanza di spessore teorico. Complicità generazionale, questo sì, riscontrabile anche nello staff curatoriale della Biennale 2003, in cui non trovo un critico "totale": scrittura più mostre più comportamento.

A proposito di curatori e critici, perché lei ce l'ha tanto con Crispolti?

Caposcuola dei critici condotti, mi sembra portatore di una linea catastale e notarile. Una critica neutrale come servizio pubblico, una forma di irizzazione, per salvare artisti decotti o in via di cottura.

Vanno meglio le cose con Vittorio Sgarbi?

Anche se televisivamente mi ha chiesto scusa per i suoi attacchi, motivandoli con l'invidia verso il mio protagonismo critico, il mio giudizio su di lui non cambia: al tramonto di una carriera anche un piccolo uomo fa una grande ombra mediatica. Comunque è il fondatore della "Sanremo famosi".

A che cosa risale la ruggine con Calvesi?

Dopo la pubblicazione dell'ideologia del traditore, peraltro accolta da lui con entusiasmo scritto e orale, per l'esplosione internazionale della Transavanguardia che rese ancor più anacronisti i suoi artisti tombaroli dello stile. Comunque ho assistito alla sua marcia su Roma da via Oslavia (Giacomo Balla) alla Salita del Grillo (Renato Guttuso). Credo che Calvesi abbia sofferto di un doppio complesso, di Laio verso la mia generazione e di Edipo verso Argan. È il fondatore della scuola degli iconolabili.

Argan che lei considera un padre: davvero una strana filiazione viste le opposte posizioni....

Conobbi Argan a Napoli a metà degli anni '60 insieme a Filiberto Menna che poi ha favorito la mia interna carriera universitaria. Entrambi con stili diversi siamo stati forti assertori dell'autonomia della critica oltre che dell'arte. Credo che la mia teoria sul sistema dell'arte l'abbia portato a chiedermi nell'88 1'ultimo capitolo della sua Storia dell'arte, ora ripubblicata da Sansoni.

Sua grande sostenitrice fu anche Palma Bucarelli, leggendaria direttrice della Galleria Nazionale d'Arte Moderna...

Credo che fosse incuriosita dal mio temperamento, senso del gioco, ironia napoletana che non si arrestava neanche in sua presenza. Ricordo ancora un nostro ballo molto tenero a Montepulciano, con lei madrina della mostra "Amore mio", sotto gli occhi stupiti di Argan. Per me la Bucarelli è una sorta di Leni Riefenstahl dei musei. Come la regista tedesca, si è identificata fino alla morte col suo ruolo sfidando ogni convenzione, regime e sistema politico. Oggi sia pure con tutte le differenze del caso, è un ruolo ereditato da Ida Gianelli a Rivoli.

E Germano Celant?

Credo che nell ultimo trentennio ci sia stato un corretto e sistematico duello culturale che ha fatto bene all'arte in generale e a quella italiana in particolare. Ora poi si è anche riveduto sull Transavanguardia...

Chi salva tra i giovani?

Confermo il mio giudizio positivo su Christov-Balargiev, Vettese, Hegyi Deitch, Codognato, Pace, Di Pietrantonio che hanno lavorato con me alla Biennale del '93. E segnalo convinto Casorati, Macrì, Risaliti, Verzotti e Lancioni.

E tra i galleristi?

Sitratta di grandi amici, come Leo Castelli, Ileana Sonnabend e John Weber. Ma anche di Yvon Lambert, Daniel Templon, Ugo Ferranti, Paolo Sprovieri, Luigi De Ambrogi, Dora e Mario Pieroni e naturalmente Mazzoli, che ha "passato" la Transavanguardia a Sperone. Ma non ci sono galleristi senza collezionisti: tra quelli che stimo segnalo Attilio Codognato, Giorgio Franchetti, Jean Todt, GuntisBrands, ma anche Fondazioni come la Mudima, la Sandretto Re Rebaudengo, Morra e Morra -Greco. E, visto che stiamo parlando di amici non posso dimenticare AlannaHeiss, direttrice del P.S.1 di New York e un critico bizzarro come David Sylvester.

Per quanto riguarda gli artisti, chi sono per lei i peggiori e i migliori?

I peggiori: Dorazio per la sua pittura, incrocio tra Balla e Sonia Delunay, Enrico Baj patafisico di complemento per una serie di generali in congedo, Adami per d suo birignao iconografico più adatto a una vetrina pubblicitaria. I migliori, tutti quelli con cui collaboro la trent'anni quelli con cui collaboro da trent'anni quelli storici (Arte Povera e Transavanguardia), giovani e giovanissimi.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Sono molto concentrato su Napoli Valencia e Firenze. A Napoli credo che stiamo veramente realizzando piramidi culturali a futura memoria della politica, in cui io sono l'architetto ed Edoardo Cycelin l'ingegnere. A Valencia, la città radios, una mostra dedicata agli artisti internazionali che lavorano su microutopie e temi sociali. A Firenze preparo un progetto triennale, i "Belvedere dell'arte", nel Forte riaperto dopo quindici anni.

Se dovesse fare un proclama al sistema dell'arte cosa dichiarerebbe?

I motti che vorrei sulla mia lapide strabica: "sono stato una spina nell'occhio dell'arte e della critica", e "sono stato nell'arte un Don Giovanni della conoscenza".


Achille Bonito Oliva



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