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Londra
"La modernità, il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell'arte, per cui l'altra metà è l'eterno e l'immutabile; esiste una modernità per ogni pittore antico" (Charles Baudelaire).
Tale affermazione può costituire l'epigrafe di questa mostra presso la Sprovieri Gallery di Londra.
Un confronto di opere di due artisti italiani, Giorgio Morandi e Jannis Kounellis, sicuramente lontani tra loro per generazione e apparentemente anche per poetica. Quella di Giorgio Morandi è improntata sulla capacità metafisica dell'arte, e specificamente della pittura, di esplorare la natura delle cose e rappresentarne caducità e durata. Lo stesso sembra perseguire Jannis Kounellis con istallazioni tese a cogliere l'intreccio tra spazio e tempo. Entrambi gli artisti con estrema coerenza con lo Zeit Geist del XX secolo, hanno perseguito una poetica costantemente aggiornata da una ansietà formale costruttiva di un ordine linguistico a sua volta rtnvianteannsuperioreordinemorale.
Morandi e Kounellis trovano nella forma l'approdo di una elaborazione dell'opera che si misura ineluttabilmente sempre con lo spazio della storia e dunque della memoria. Se l'arte trasfigura la materia, questo significa che lo fa nell'evidenza stabile di una cornice spaziale con l'interferenza di una temporalità che trova nell'opera la propria rappresentazione definitiva in Morandi e processuale in Kounellis. Entrambi gli artisti comunque sono il frutto della grande tradizione occidentale di un'arte improntata sulla technè, trasformazione della materia e condensazione simbolica in una forma responsabile sempre del proprio ordine linguistico.
Morandi e Kounellis sicuramente sono artisti d'avanguardia, nel senso della sperimentazione come continua esperienza del fare esecutivo. Ogni opera è frutto di un accanimento e di una elaborazione specifica. Ogni opera nello stesso tempo nel suo prodursi annulla lo sforzo e l'arrovellamento per approdare nella classicità di una forma oggettiva e superiore. I due artisti sono accomunati da una cultura che trova i propri modelli nella classicità del mondo greco e nel suo rinnovato desiderio nel Quattrocento italiano. La prospettiva non è soltanto la forma simbolica di una ideologia antropocentrica ma anche la linea di una visione del mondo che non vuole aggiungere ordine all'ordine ma piuttosto sopperire al disordine esterno con la nostalgia di una misura aurea.
Giorgio Morandi sviluppa una sua personale poetica della metafisica che non cerca nell'ordine prospettico di beffare il mondo, come de Chirico. Semmai egli riduce la sua partita col mondo allestendo spazi di interno abitati dalla presenza inanimata di nature morte. Se da Leonardo egli assume la concettualizzazione del procedimento pittorico, un sottile e silenzioso furor michelangiolesco accompagna costantemente la sua opera. Un rigore pre-minimalista sembra abitare le nature morte di Morandi, un eroismo da camera che sviluppa una iconografia riflessiva sul tema del tempo transeunte e trasforma il genere natura morta in "natura morte". Tutta la sua pittura è cadenzata da stazioni iconografiche con molte diramazioni culturali e consonanze filosofiche con artisti e letterati che sembrano lontani da lui e che a mio avviso invece interagiscono con la sua opera: Giacometti, Beckett e Bacon. Ma rispetto a tali autori Morandi conserva febbrile costanza esecutiva e conferma tematica.
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Una laboriosità manuale che sembra togliere perentorietà concettuale all'opera rispetto a quella di autori che del silenzio, il decadimento e l'urlo hanno fatto cifre costanti delle loro poetiche. Lo scontornamento delle figure di Giacometti trova in quello degli oggetti di Morandi una concordanza di visione e di impianto linguistico. Così come lo spegnimento della composizione sembra alludere allo spazio della conversation pièce beckettiana. Senza soprassalti o cambi di temperatura cromatica. Un monologo iconografico contro due monologhi incrociati del teatro. E' la prospettiva comunque briglia spaziale che recinta il perimetro dell'immagine a richiedere un tono minimale alla composizione contro cui invece non si rassegna Bacon che usa taglio fotografico e memoria pittorica, Tiziano e nostalgia dell'ordine prospettico.
Morandi nella pluralità espressiva del secolo sembra introiettare nel suo a spegnere l'entropia di un mondo che ancora ci offre i propri banchetti iconografici. L'artista bolognese non chiede degustazione ma piuttosto contemplazione dello stato definitivo delle cose. La definizione richiede uno sguardo definitorio e classicità di fondo, una visione appunto del mondo.
Una visione del mondo sostiene anche I'opera di Kounellis che non chiede all'arte di essere una praticaconsolatoriamapiuttostoun'opera continua di investigazione e domanda sul mondo. Da questo l'artista italiano di origine greca recupera oggetti quotidiani e materiali naturali per assemblarli in un ordine formale che della pittura conserva il bisogno della forma nei suoi accenti di simmetria, proporzione ed armonia. Tali caratteri costituiscono le linee forza dell'opera di Kounellis, tutta impiantata sulla consapevolezza dell'arte come catastrofe linguistica poggiante su un processo progressivo di destrutturazione e successiva rifondazione formale. Al transeunte e fuggitivo del poeta francese Baudelaire, l'artista greco italiano Kounellis contrappone una possibile classicità del moderno. All'emotività performativa di molta arte contemporanea, compresa quella inglese qui si contrappone la durata di uno sguardo testimone e partecipe, sostenuto da un'ottica che non si nutre sui documenti della cronaca, come la pop art ma sul costante respiro della storia.
La storia significa anche per lui, come per tutta l'arte europea compreso Beuys, memoria, possibilità di attingere agli eterni temi della pittura classica per fondare nuove soluzioni iconografiche che fuoriescono dalla cornice del quadro e si sviluppano nella flagranza dell'installazione. Il supporto di metallo diventa la superficie misurata ed esemplare su cui poggia in estrema evidenza un quarto di carne di bue. La natura morta qui trova una rappresentazione giocata sulla classicità della forma che comunque attinge vitalità in una citazione anticlassica della natura, non rappresentata ma direttamente presentata come materiale. L'opera diventa una lotta dello spazio contro il tempo, la radiografia
lampante di una dialettica sempre presente nella storia dell'arte: la caducità del tempo rappresentata e riscattata dalla durata formale dell'opera.
In definitiva Giorgio Morandi e Jannis Kounellis nella distanza che separa avanguardia storica e neoavanguardie costituiscono due esempi dell'arte italiana che ha sempre cercato nella bellezza una difesa dal mondo ma ha sempre resistito all'eleganza della facile soluzione. Entrambi sono portatori del tempo quello di un ventesimo secolo minacciato dalla velocità espropriativa della tecnologia e dall'immagine pellicolare della produzione telematica. Essi costituiscono modelli di produzione estetica come resistenza morale, la durata contro l'effimero, la capacità di stemperare l'impazienza sperimentale dell'avanguardia nella soluzione di una forma capace di affrontare domande primarie.
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