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Dopo
l'11 settembre il tema ricorre in modo non casuale
Bisogna che l'arte inventi nuovi modelli a fronte di un progresso che
sfugge alla storia
L'interesse nei confronti della città è riesploso non a
caso, nelle grandi mostre internazionali dopo 1'11 settembre, buco nero
nell'immaginario collettivo e in quello individuale degli artisti. Documenta
a Kassel e-Expo 02 in Svizzera sono state la rappresentazione post-concettuale,
multiculturale, multimediale e interattiva della rinnovata attenzione
dell'arte contemporanea verso la megalopoli, intesa come paesaggio disarticolato,
in cui confluiscono con una tensione quasi naturale verso l'omogeneizzazione
e la perdita di una identità specifica i "nuovi migranti"
portatori di nuove esigenze, di nuove forze ma anche di comportamenti,
abitudini e desideri diversi.
La città sembra divenire oggetto di ricerca in quanto nella misura
in cui esprime i conflitti, evidenzia le diversità, puntualizza
la propria disgregante dimensione metropolitana. È la bad city
già resa mitica da Ridley Scott in Blade Runner e prima da John
Carpenter in 1997. Fuga da New York - il modello a cui attinge, con i
suoi conflitti, le sue accelerazioni, il senso di perdita di qualunque
centro.
La città contemporanea nei suoi imprevedibili percorsi è
ormai un enorme territorio incontrollabile, come dimostra anche il tragico
attentato alle Twin Towers. Non esiste una razionalità idonea a
governare la città moderna, eppure la megalopoli si presenta con
i suoi grattacieli come un corpo organico capace di espandersi secondo
un progetto logico e prevedibile: grattacieli, nuove strade e anelli di
cemento che circondano la periferia. Come nelle foto di Andreas Gursky,
Jane e Louise Wilson e Olivo Barbieri.
Queste città sono inevitabilmente un deposito di energia e di violenza,
di vitalità e depressione e gli artisti delle ultime generazioni,
condizionati da tutto ciò producono un'arte di documentazione che
registra la negatività della città moderna, il suo equilibrio
instabile e in continua tensione tra la velocità del flusso della
comunicazione e la realtà di un luogo in cui convivono e si affermano
identità specifiche e limitate.
Necessariamente in questo momento in cui il terrorismo ha realizzato una
sorta di performance mediatica che visivamente ha depotenziato l'arte,
si va sviluppando un diverso trend creativo capace di rappresentare contenuti
nuovi e aperti a piccole utopie e a inediti valori costruttivi.
Modello di tutto ciò è l'ideale iconografico delI'urbis
di Laurana che rappresenta la fiducia delI'uomo rinascimentale nell'arte,
ragione e progettualità. Nel secolo senza dubbio Le Corbusier col
suo modulor (a sviluppo regolato dalla legge di Fibonacci) costituisce
un modello e un parametro progettuale ancora attuale, una linea di un'arte
abitabile, relazionata ad altri linguaggi espressivi come architettura,
design, musica, teatro, fotografia: per esempio il meteorite progettato
da Jean Nouvelle per l'Expo 02 e la documentazione video del gruppo interdisciplinare
italiano Multiciplity con Solid Sea, sulla tragedia dei profughi nel mare
adriatico (scoperta da Repubblica) a Documenta.
Il modulor ricerca l'aspetto costruttivo della rappresentazione visiva
della metropoli, corre dal modello rinascimentale attraverso le avanguardie
storiche e le neo-avanguardie fino ad irradiarsi sull'ultima generazione
del nuovo millennio: Thomas Hirschhorn, Costa Vece, Paola Pivi, Yendith
Sassportas.
Precursore Gordon Matta-Clark (1943-1975) che destruttura, perfora e ricompone
lacerti di architettura attraverso interventi reali e fotografia, utilizzata
come campo di azione virtuale per rifondare la condizione di una città
separata in un insieme vivibile.
L'opera è al servizio di un pubblico che fruisce e contempla la
forma dell'arte integrata nel paesaggio. Anche la vita quotidiana nei
suoi desideri e bisogni viene riformulata da alcuni giovani artisti, specialmente
europei, con una
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sorta
di architettura e design comportamentale ben oltre il tradizionale binomio
forma/funzione della città e dell'oggetto, come nel caso del gruppo
romano Stalker e di quello olandese Droog Design, Dré, Wapenaar,
Cartsten Holler, Alessandra Tesi, Giuseppe Gabellone.
Se
la metropoli è diventata megalopoli (senza centro e periferia secondo
Koolas), il sistema computerizzato della comunicazione intersociale via
Internet trova lo strumento adeguato al contesto. Una identità
territoriale in transito prende il sopravvento, all'insegna di un pluralismo
etnico comunque omologato da un'ipertecnologia che invade ogni campo alterando
completamente il rapporto dell'uomo con la realtà, sotto il segno
della chimica e della frammentazione. "Le droghe future seguiranno
I'evoluzione di quelli che sono I pilastri della nostra società:
liberalismo, individualismo, rendimento a ogni costo", scrive Claude
Olivenstein in Droga. Un grande psichiatra racconta trent'anni con i tossicodipendenti.
"Le grandi multinazionali farmaceutiche sono sul piede di guerra.
Stiamo entrando nell'era della psicochimica, di cui i prodotti sostitutivi
hanno costituito solo un precursore già arcaico e il Viagra un
esempio simbolico mandato a sondare il terreno".
Tale ottica si ripercuote nella creatività dell'ultima generazione,
quella della Webart, che sosta nei concept stores (empori del bello),
dominata dalla figura del veejay col suo occhio schratch, miscelatore
di immagini anche del Pc portatile da dove raccoglie per sintetizzare
B-movie, footage tg, trash Tv, perseguendo l'estetica del frammento non
coperto da copyright. La chimica del montaggio domina ancora la nuova
iconografia del secolo, liquido e smaterializzato, alterato e artificiale,
fuori cioè da ogni parametro del verosimile. In un'epoca post-darwinistica
e postideologica, I'arte è una tribuna, parafrasando il romantico
Victor Hugo: il desiderio di una visibilità oltre l'orizzonte,
come risulta nell'opera di Grazia Toderi.
Fra gli artisti più rappresentativi della Web art ricordiamo: Antoni
Muntadas, Alexej Shulgin, WWW0001, Schie 2.0,AsierPerez Gonzales.
In questo macroscopico quadro urbano, la città condensa dentro
di sé una popolazione ormai multietnica su territori costruiti
ed aree geografiche inadeguati. L'arte prende atto della impossibilità
di un progresso regolato della storia e rintraccia dentro il proprio operare
la possibilità di costruire a futura memoria modelli problematici
non soltanto di resistenza individuale ma anche di interrelazione col
corpo sociale. L'artista si fa portatore di piccole utopie formalizzando
attraverso le proprie opere ansietà collettive, emergenze sociali,
a cui certamente non è possibile dare risposta ma su cui è
necessario riflettere.
L'arte, dunque, per meglio esplorare le zone di esistenza entro cui si
muove la società di massa, ma non per documentare semplicemente
l'esistente, piuttosto per intravedere oltre, come suggeriva Paul Valéry
nei Cattivi pensieri: "Il pittore non deve dipingere quello che non
deve dipingere quello che si vede ma quello che si vedrà".
Le piccole utopie sono il frutto di una strategia dell'artista che prende
atto dell'impossibile controllo della storia attraverso il proprio processo
creativo e sceglie una tattica di socializzazione dell'opera. Tale socializzazione
nasce dalla scelta di temi riguardanti la comunità degli spettatori
o problematiche che investono l'intera opinione pubblica: la difesa della
natura ad un uso più quotidiano dell'arte. Premonitori di tale
atteggiamento sono stati Beuys, Pistoletto, Acconci.
Sembra comunque profilarsi un tentativo di umanizzazione della tecnica,
frutto anche di una vaporizzazione dell'arte e della sua trasmutazione
in esteticità smaterializzata. Comunque ancora un universo di fantasia,
«Un'arte puntata sul mondo», come diceva Picasso. Tale la
perenne speranza dell'arte, anche di questa, che non vuole portare altri
prodotti effimeri nella vetrinizzazione del mondo, piuttosto incuneare
nel panorama iconografico della storia nuove irruzioni formali che destabilizzino
ogni certezza ed
introducano positive inquietudini di conoscenza.
Come antidoto. Perché, come afferma Gombrowicz, «la realtà
è ciò che resiste, e perciò crea dolore».
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