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GLI ARTISTI E LA CITTÀ UN'IDEA PER IL FUTURO

Articolo pubblicato da Repubblica - sabato 1 febbraio 2003

Dopo l'11 settembre il tema ricorre in modo non casuale

Bisogna che l'arte inventi nuovi modelli a fronte di un progresso che sfugge alla storia

L'interesse nei confronti della città è riesploso non a caso, nelle grandi mostre internazionali dopo 1'11 settembre, buco nero nell'immaginario collettivo e in quello individuale degli artisti. Documenta a Kassel e-Expo 02 in Svizzera sono state la rappresentazione post-concettuale, multiculturale, multimediale e interattiva della rinnovata attenzione dell'arte contemporanea verso la megalopoli, intesa come paesaggio disarticolato, in cui confluiscono con una tensione quasi naturale verso l'omogeneizzazione e la perdita di una identità specifica i "nuovi migranti" portatori di nuove esigenze, di nuove forze ma anche di comportamenti, abitudini e desideri diversi.

La città sembra divenire oggetto di ricerca in quanto nella misura in cui esprime i conflitti, evidenzia le diversità, puntualizza la propria disgregante dimensione metropolitana. È la bad city già resa mitica da Ridley Scott in Blade Runner e prima da John Carpenter in 1997. Fuga da New York - il modello a cui attinge, con i suoi conflitti, le sue accelerazioni, il senso di perdita di qualunque centro.

La città contemporanea nei suoi imprevedibili percorsi è ormai un enorme territorio incontrollabile, come dimostra anche il tragico attentato alle Twin Towers. Non esiste una razionalità idonea a governare la città moderna, eppure la megalopoli si presenta con i suoi grattacieli come un corpo organico capace di espandersi secondo un progetto logico e prevedibile: grattacieli, nuove strade e anelli di cemento che circondano la periferia. Come nelle foto di Andreas Gursky, Jane e Louise Wilson e Olivo Barbieri.

Queste città sono inevitabilmente un deposito di energia e di violenza, di vitalità e depressione e gli artisti delle ultime generazioni, condizionati da tutto ciò producono un'arte di documentazione che registra la negatività della città moderna, il suo equilibrio instabile e in continua tensione tra la velocità del flusso della comunicazione e la realtà di un luogo in cui convivono e si affermano identità specifiche e limitate.

Necessariamente in questo momento in cui il terrorismo ha realizzato una sorta di performance mediatica che visivamente ha depotenziato l'arte, si va sviluppando un diverso trend creativo capace di rappresentare contenuti nuovi e aperti a piccole utopie e a inediti valori costruttivi.

Modello di tutto ciò è l'ideale iconografico delI'urbis di Laurana che rappresenta la fiducia delI'uomo rinascimentale nell'arte, ragione e progettualità. Nel secolo senza dubbio Le Corbusier col suo modulor (a sviluppo regolato dalla legge di Fibonacci) costituisce un modello e un parametro progettuale ancora attuale, una linea di un'arte abitabile, relazionata ad altri linguaggi espressivi come architettura, design, musica, teatro, fotografia: per esempio il meteorite progettato da Jean Nouvelle per l'Expo 02 e la documentazione video del gruppo interdisciplinare italiano Multiciplity con Solid Sea, sulla tragedia dei profughi nel mare adriatico (scoperta da Repubblica) a Documenta.

Il modulor ricerca l'aspetto costruttivo della rappresentazione visiva della metropoli, corre dal modello rinascimentale attraverso le avanguardie storiche e le neo-avanguardie fino ad irradiarsi sull'ultima generazione del nuovo millennio: Thomas Hirschhorn, Costa Vece, Paola Pivi, Yendith Sassportas.


Precursore Gordon Matta-Clark (1943-1975) che destruttura, perfora e ricompone lacerti di architettura attraverso interventi reali e fotografia, utilizzata come campo di azione virtuale per rifondare la condizione di una città separata in un insieme vivibile.

L'opera è al servizio di un pubblico che fruisce e contempla la forma dell'arte integrata nel paesaggio. Anche la vita quotidiana nei suoi desideri e bisogni viene riformulata da alcuni giovani artisti, specialmente europei, con una

sorta di architettura e design comportamentale ben oltre il tradizionale binomio forma/funzione della città e dell'oggetto, come nel caso del gruppo romano Stalker e di quello olandese Droog Design, Dré, Wapenaar, Cartsten Holler, Alessandra Tesi, Giuseppe Gabellone.

Se la metropoli è diventata megalopoli (senza centro e periferia secondo Koolas), il sistema computerizzato della comunicazione intersociale via Internet trova lo strumento adeguato al contesto. Una identità territoriale in transito prende il sopravvento, all'insegna di un pluralismo etnico comunque omologato da un'ipertecnologia che invade ogni campo alterando completamente il rapporto dell'uomo con la realtà, sotto il segno della chimica e della frammentazione. "Le droghe future seguiranno I'evoluzione di quelli che sono I pilastri della nostra società: liberalismo, individualismo, rendimento a ogni costo", scrive Claude Olivenstein in Droga. Un grande psichiatra racconta trent'anni con i tossicodipendenti. "Le grandi multinazionali farmaceutiche sono sul piede di guerra. Stiamo entrando nell'era della psicochimica, di cui i prodotti sostitutivi hanno costituito solo un precursore già arcaico e il Viagra un esempio simbolico mandato a sondare il terreno".

Tale ottica si ripercuote nella creatività dell'ultima generazione, quella della Webart, che sosta nei concept stores (empori del bello), dominata dalla figura del veejay col suo occhio schratch, miscelatore di immagini anche del Pc portatile da dove raccoglie per sintetizzare B-movie, footage tg, trash Tv, perseguendo l'estetica del frammento non coperto da copyright. La chimica del montaggio domina ancora la nuova iconografia del secolo, liquido e smaterializzato, alterato e artificiale, fuori cioè da ogni parametro del verosimile. In un'epoca post-darwinistica e postideologica, I'arte è una tribuna, parafrasando il romantico Victor Hugo: il desiderio di una visibilità oltre l'orizzonte, come risulta nell'opera di Grazia Toderi.

Fra gli artisti più rappresentativi della Web art ricordiamo: Antoni Muntadas, Alexej Shulgin, WWW0001, Schie 2.0,AsierPerez Gonzales.

In questo macroscopico quadro urbano, la città condensa dentro di sé una popolazione ormai multietnica su territori costruiti ed aree geografiche inadeguati. L'arte prende atto della impossibilità di un progresso regolato della storia e rintraccia dentro il proprio operare la possibilità di costruire a futura memoria modelli problematici non soltanto di resistenza individuale ma anche di interrelazione col corpo sociale. L'artista si fa portatore di piccole utopie formalizzando attraverso le proprie opere ansietà collettive, emergenze sociali, a cui certamente non è possibile dare risposta ma su cui è necessario riflettere.

L'arte, dunque, per meglio esplorare le zone di esistenza entro cui si muove la società di massa, ma non per documentare semplicemente l'esistente, piuttosto per intravedere oltre, come suggeriva Paul Valéry nei Cattivi pensieri: "Il pittore non deve dipingere quello che non deve dipingere quello che si vede ma quello che si vedrà".

Le piccole utopie sono il frutto di una strategia dell'artista che prende atto dell'impossibile controllo della storia attraverso il proprio processo creativo e sceglie una tattica di socializzazione dell'opera. Tale socializzazione nasce dalla scelta di temi riguardanti la comunità degli spettatori o problematiche che investono l'intera opinione pubblica: la difesa della natura ad un uso più quotidiano dell'arte. Premonitori di tale atteggiamento sono stati Beuys, Pistoletto, Acconci.

Sembra comunque profilarsi un tentativo di umanizzazione della tecnica,


frutto anche di una vaporizzazione dell'arte e della sua trasmutazione in esteticità smaterializzata. Comunque ancora un universo di fantasia, «Un'arte puntata sul mondo», come diceva Picasso. Tale la perenne speranza dell'arte, anche di questa, che non vuole portare altri prodotti effimeri nella vetrinizzazione del mondo, piuttosto incuneare nel panorama iconografico della storia nuove irruzioni formali che destabilizzino ogni certezza ed
introducano positive inquietudini di conoscenza.

Come antidoto. Perché, come afferma Gombrowicz, «la realtà è ciò che resiste, e perciò crea dolore».


Andreas Gursky
"San Francisco", 1998,
275 x 205.1 cm.
On display at: Matthew Marks Gallery, New York, NY.



Andreas Gursky
"Union Rave", 1995, 186 x 305 cm.



Andreas Gursky
"Chicago Board of Trade", 1999, 207 x 336.9 cm.
On display at" Matthew Marks Gallery, New York, NY.











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