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Copertina del libro
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Preambolo sulla velocità
In voce Jean Todt
Maranello, 31 maggio 2002, ore 14.00.
ABO: È un tema che ci riguarda tutti la velocità, dimensione che ha modellato la Modernità e modella la nostra esistenza. E poi se debbo pensare, a proposito di velocità, ad un "parlato" io penso al francese, una lingua scorrevole e smagliante come la Ferrari (chissà che ne direbbe Enzo Ferrari). Qui a Maranello sul circuito Regio (per sigillo del Grande Vecchio), un francese come te, ingegnere delicato della velocità altrui, sottopone il tempo alle sue brave prove tecniche. E qui il tedesco Schumacher e il brasiliano Barrichello, piloti della rossa, awerano in stereofonici passaggi la profezia estetica dei futuristi italiani sull'automobile. Dialogare con te è come rendere esecutivo ai box l'invito romano del festina lente, affrettati lentamente. E comunque nella tua vita la velocità s'intreccia con la lenteur, il tempo rallentato del collezionista d'arte, di chi assapora la sosta davanti alle ultime opere acquistate: arte americana o transavanguardia italiana. Un occhio all'arte e due alla corsa... Conversare con te è progettare un cortocircuito, tutta la velocità che abbiamo accumulato sulle spalle, ora targata J.T. Per quanto mi riguarda, amo fare le cose in velocità. Critico istantaneo. Anche quando guardo l'arte. Per pudore. Eppure non ho la patente, non guido l'auto e nemmeno l'aereo. E comunque eccomi nel 1977, e di nuovo oggi con Autocritico automobile. Una velocità targata ABO.
JT: Innanzitutto penso che ci siano diverse velocità: quella del pensiero e quella del fare cose. Questa differenza fa parte della natura. Per me il momento più difficile è il risveglio.
Quando però sono in piedi, inizio ad andare veloce. Quando sono in macchina vado veloce, quando cammino lo faccio velocemente, quando lavoro passo velocemente da una cosa ad un'altra. Faccio tutto in velocità ma sempre cercando di essere organizzato. Poi esiste la velocità come concetto strettamente legato al movimento, ad esempio dell'automobile. Questa è in funzione di dove si guida, di che cosa si guida e di come lo si fa. Si può essere lenti a 200 km/h e veloci a 50 km/h. Quando parli con un pilota di Formula 1 dici «questo è un circuito lento, con una velocità media di 180 km/h; questo tracciato è un circuito più veloce, 240 Km/h di media». Il concetto di velocità è legato al contesto in cui si attua. Molto spesso, ad esempio, può accadere di essere in una città e di guidare in maniera pericolosa pur andando a 50 km/h. È molto importante anche controllare la propria velocità. Tu puoi essere veloce ma devi controllare quello che fai. È molto importante sapere dove sono i propri limiti e non andare oltre: perché se esci di strada rischi di morire, e se esci dalle norme rischi di non raggiungere l'obiettivo. E anche questo per me è un fatto di "velocità nell'assoluto."
ABO: Quale è la realtà? Quella che percepiamo durante una pausa o che invece sospettiamo per impressione, con guardata laterale, attraverso la velocità?
JT: La velocità è ciò che ti impedisce di girare la testa per vedere il dettaglio della vita. È molto significativo per me. Io adoro guidare, adoro le macchine, sono la mia passione, e quando sono in una macchina sono concentrato perché vado da un punto all'altro e l'unica cosa che vedo è la strada. Mi è successo alcune volte di girare la testa e mi rendevo conto che c'erano tante cose oltre la strada che ignoravo. Oggi la mia velocità principalmente è qui, a Maranello. Qui trascorro 14 ore al giorno. La gente pensa che sono sempre in giro, ma in realtà sono sempre qui ed esco molto raramente.
ABO: Dunque la velocità per te è un progetto?
JT: È anche vivere in uno spazio di 20 metri quadri. Ma mi sono detto: il giorno in cui non avrò più questo impegno - che io so assolvere solo essendo molto presente nel lavoro - a quel punto io vorrei avere il tempo di girare la testa e non essere veloce ma di avere la possibilità di scoprire quello che non ho scoperto fino ad ora.
ABO: La velocità allora progetta la tua vita attuale. Ti ha come ingessato il collo e ti obbliga ad una guardata geometrica che è fatta di due punti, partenza ed arrivo.
JT: Per andare da un punto all'altro.
ABO: Il tuo "caso" metterebbe in scena una questione epocale di cui parla Martin Heidegger: il tempo forma lo spazio, predomina e minaccia lesserci" stesso dell'uomo. In questo ti senti figlio del tuo tempo?
JT: Penso che sia anche una cosa positiva essere veloci perché, spesso, se tu hai troppo tempo a disposizione per girare la testa e pensare troppo puoi cadere nella depressione. È bello poter avere una passione che ti fa andare veloce e che ti impedisce di fermarti a pensare a quello che la vita è realmente.
ABO: La velocità come antidepressivo?
JT: Sì.
ABO: Sei nato in un piccolo paese al centro della Francia, Pierrefort, figlio di un medico polacco. Non pensi che la velocità elimini lo stupore, la sorpresa, l'essere testimone oculare, il contatto con le forme del mondo?
JT: No, perché la velocità è sempre un sogno. Oggi viviamo in un mondo che è diventato molto controllato. Tornando alla concretezza dell'automobilismo, oggi la velocità limitata è quasi una condanna internazionale. E comunque vedi che, malgrado questo, il sogno di avere macchine veloci è sempre più presente. Oggi vedi delle macchine stradali a 600 cavalli. Malgrado il fatto che sei obbligato ufficialmente a non poter superare i 130 km sulle autostrade, oggi, grazie alla tecnologia, la passione per l'automobilismo dà ancora più spazio alla facoltà di poter fare della velocità. Poi ci sono lo sport e la Formula 1 dove sei condannato solo nella pit lane a seguire un limite per la velocità, altrimenti puoi fare quello che vuoi.
Oggi, uno che come me sogna di realizzare la propria passione con le più belle macchine del mondo, ha delle macchine che non può sfruttare. Perciò non mi sono mai veramente posto la domanda perché mi considero felice con ciò che ho. Dunque il mio modo di essere e di vivere che è collegato alla velocità me lo sono costruito con i miei principi.
ABO: Io ad esempio ho patito il rapporto con la campagna. Mi sembrava immobile, mi teneva come in una condizione di convalescenza. E per questo poi ho sempre amato il caos della città...
JT: Non puoi dire «io sono nato per rimanere in città o in campagna» perché ricordo che quando ero in Francia e lavoravo a Parigi da 12 anni, non avrei mai immaginato di lasciare quella città. Fino a quando Montezemolo mi ha chiamato per propormi di venire ad incontrarlo e dopo sei mesi di discussione lui si è assunto il rischio di assumermi e io mi sono assunto il rischio di venire qui a vivere nella campagna dell'Emilia Romagna. E oggi sono contento quando arrivo qui, di essere qui. Un anno e mezzo fa sono tornato a Pierrefort per inaugurare una piccola strada a mio nome, la cui targa è apposta sulla casa dove sono nato. Dunque penso che l'essere umano si adatta a tutte le situazioni, alla velocità della vita. La vita sfugge ad una velocità che probabilmente è la più grande. Vedersi su una foto da bambino e vedersi oggi, questo è il simbolo della velocità. La velocità è la facoltà di adattarsi a tanti momenti a tante situazioni e ad accettarle.
ABO: Un astronauta europeo, Wubo J. Ockels, che prese parte ad un volo orbitale con gli Americani, ha dichiarato: «Ciò che ho provato personalmente assomiglia ad un ritorno a una visione del villaggio natale. Non desiderate più viverci perché siete diventato adulto, vi siete allontanati e ora preferite fare esperienza della vera vita di città. Ciò vi commuove come la terra madre ma sapete che non vi piacerebbe tornare a vivere accanto ad essa». Guardando la tua Pierrefort che sensazione hai?
JT: È ovvio che uno che può avere delle sensazioni così particolari ha una visione della vita molto diversa. Inserirsi nella vita, in un certo ambiente è molto difficile; sembra naturale se non hai nessun inconveniente ma se invece il tuo ritmo la tua velocità devono cambiare, o aumentare o diminuire, anche biologicamente ti devi abituare. Questo è il caso dell'astronauta, come potrebbe essere il nostro caso perché noi piano piano abbiamo aumentato di velocità e ci siamo abituati. Ma, come dicevo prima, tutto da un giorno all'altro può fermarci e non sai come potrai reagire.
ABO: La velocità ti ha avvicinato o allontanato da Pierrefort?
JT: Allontanato, ma senza mai farmela dimenticare.
ABO: Per Kafka il cinema è fare indossare un'uniforme all'occhio, esso ci abitua allo standard, allo stereotipo. In che modo la velocità ci fa uscire dalla uniformità della vita?
JT: Io ho avuto la fortuna di poter uscire dalla norme, di fare una cosa esaltante, di fare un mestiere molto impegnativo ma che fa sognare il 90% degli uomini. Poi ho la fortuna e l'orgoglio di essere colui che gestisce il simbolo della velocità in assoluto: la Formula 1 e la Ferrari. Se qualcuno me lo avesse detto 10 anni fa non ci avrei pensato. Anche qui faccio un collegamento alla Ferrari: se oggi chiedi ad un bimbo di 5 anni di qualsiasi nazionalità qual è la macchina che sogna ti risponde la Ferrari.
ABO: La velocità è una sfida virile?
JT: Dipende da come la interpreti: non ha sesso ma se parli di automobilismo è più maschile.
ABO: Noi siamo ormai abituati a film molto violenti, ad abusi iconografici di scontri ed iperboliche accelerazioni e scomposizioni temporali. La velocità in questo caso non sottrae l'uomo, con la sua spettacolarità, alla paura della morte, alla percezione del pericolo?
JT: No. I1 pericolo della morte è la nostra spada di Damocle. Anche questo fa parte della vita: ti alzi la mattina ma non sai come finirà la tua giornata. Poi nella velocità c'è il figurato e l'astratto.
ABO: Qual è quella figurativa e quale l'astratta?
JT: L'astratta è quella di un film violento, di una musica forte. Recentemente sono andato a vedere il concerto Pavarotti and Friends dove avevamo di tutto: avevi James Brown che è la velocità, un uomo di 73 anni è la velocità. Pavarotti invece è diverso, non è la velocità. Se tu vai forte in macchina non ti senti di ascoltare una musica classica ma preferisci avere una musica con maggior ritmo. Dunque la velocità è un po' una combinazione. Adattarla al mondo moderno. Questo è iniziato con le autostrade che 50 anni fa non esistevano. Sono il frutto di un'evoluzione della vita. Oggi sembra logico viaggiare con l'aereo ma prima questo non esisteva. Stiamo vivendo in un periodo incredibile della Storia. Siamo nel 2002. C'è stata un'accelerazione incredibile in questi ultimi anni e noi la stiamo vivendo. Pensa ad esempio all'accelerazione nel campo della comunicazione: 15 anni fa avevamo il telex, poi abbiamo avuto il fax, poi adesso abbiamo l'e-mail. Questa è la velocità, con cui l'essere umano è riuscito a inventare delle cose diaboliche.
ABO: Per velocità alcune volte ci allontaniamo dalle emergenze che affliggono il nostro presente ...
JT: Noi siamo molto concentrati sul mondo in cui viviamo ma ogni tanto bisognerebbe esser consapevoli che ce ne sono altri, altri fenomeni sociali che abbiamo totalmente perso di vista. Noi abbiamo la grande fortuna di esercitare la nostra passione ma non dimentichiamo che viviamo in un mondo in cui esiste la fame, la malattia, dove la velocità per curare non è abbastanza. Probabilmente questa è la più importante. Oggi sappiamo che ogni anno la durata media della vita aumenta ma pone degli altri problemi, e allora diventa importante reagire con velocità per migliorare, ad esempio, la cura delle malattie al cervello le cui soluzioni per ora sono ancora lontane. Quando si parla di velocità ci si riferisce alla macchina, alla bicicletta, al motorino, ma c'è anche la velocità per raggiungere degli obiettivi e tutti gli obiettivi sono collegati a una certa cadenza ed a un certo ritmo.
ABO: Napoleone diceva: «Comandare è innanzitutto parlare agli occhi». Quando tu dai un ordine di scuderia durante una prova di Formula 1 e ti devi collegare con lo sguardo e la voce allo sguardo e la voce del tuo team, non c'è un ritorno alla fisiologia, al corpo, al peso gravitazionale della vita?
JT: Io penso che il vero potere sia riuscire a fare condividere le tue scelte alle persone che ti circondano. Io non credo assolutamente all'autocrazia, la cosa più pericolosa, sia per una persona che per un'azienda. Se vuoi raggiungere un obiettivo non lo puoi mai raggiungere da solo, lo raggiungi con un gruppo che condivide i tuoi valori, a cui far capire perché c'è un determinato obiettivo comune.
ABO: I1 futurista F. T. Marinetti nel 1909 dichiarò che è più bella una macchina in corsa della Nike di Samotracia. Esiste un'estetica della velocità?
JT: Sì. Per me una Ferrari di Formula 1 è una scultura, un'opera d'arte. Non a caso c'è sempre stata e ci sarà sempre una grande "speculazione" sulla Ferrari, proprio perché è considerata un'opera d'arte.
ABO: Ora voglio importi un'impertinenza finale. Tu progetti e produci velocità pilotata, frutto di un impulso logico, geometria rettilinea con alcune curve: un punto di partenza e uno di arrivo. Comprende anche la lenteur, quel gioco di squadra per cui Barrichello in Austria consente a Schumacher di arrivare primo? O viceversa, come ultimamente in Germania?
JT: Penso che la velocità con cui lavoriamo faccia sognare. Oggi la Formula 1 è lo sport che fa sognare di più. Questa è la velocità in Formula 1, la prestazione. Poi, riguardo a Barrichello e Schumacher, non si tratta di un problema di velocità ma di interesse aziendale dato che per raggiungere degli obiettivi devi rispettare certi principi. Ci sono degli altri che possono essere più veloci quindi quando hai la possibilità di fare il pieno lo devi fare tenendo conto della professionalità della gente che fa parte della squadra. Nel mondo moderno, con gli interessi che sono in gioco, lo sport spesso non è più fatto da cinque amici che vanno in campagna a giocare a pallone. Oggi dobbiamo gestire delle aziende, raggiungere degli obiettivi e questo ci mette davanti a situazioni dove dobbiamo essere capaci di prendere delle decisioni che non sono sempre facili.
ABO: Infine come leghi il tuo amore per la velocità con quello del collezionista d'arte che si riflette nelle opere della sua casa... laddove il tempo è tutt'altra cosa?
JT: È un pot il modo di dimenticare il mio pane quotidiano, di scoprire delle altre cose. Ho scoperto che avevo un'attrazione, una facilità per questo e ciò mi dà l'opportunità per frenare un po', diminuire la velocità e di vedere delle opere che non avevo mai immaginato e di scoprire un mondo che non conoscevo e che mi affascina.
ABO: La bellezza è un intervallo della velocità o ne partecipa?
JT: Penso che sia un intervallo.
ABO: La critica, parafrasando Walter Benjamin, è la velocità ulteriore, schianto dello sguardo sull'opera che ne incendia i bordi e rende visibile la bellezza dell'arte. Questa è la mia velocità...
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