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PARLA BONITO OLIVA


Articolo pubblicato da Repubblica - lunedi 5 agosto 2002


A DIECI ANNI DALLA MORTE DI ARGAN LO STORICO IO L'ERETICO
DI PAOLO VAGHEGGI
Roma

Per la " Biblioteca Aperta" della Sansoni torna in libreria un manuale di storia dell'arte moderna e contemporanea che è ormai un classico, il quarto della Storia dell'arte di Giulio Carlo Argan, che fu scritto dallo storico scomparso dieci annifa (L'artemoderna 1770-1970), e da Achille Bonito Oliva, che oggi l'ha attualizzato rivedendo il saggio di sua competenza che ha per titolo L'arte oltre il Duemila (pagg. 398, 49 euro).

E' un volume a quattro mani che sembra iscrivere Achille Bonito Oliva al club degli arganiani. Ma lui replica seccamente: «Io non sono un "arganauta". La mia avventura inizia all'interno del Gruppo 63. Dunque matrice letteraria. Solitario, amateur, auto legittimato. Un celibe della critica d'arte. D'altronde Argan ha fatto scuola ma ha sempre evitato di istituirla. Se potessi ora mi iscriverei ai corsi di Argan per la metodologia, per il piacere della lingua da Roberto Longhi e per la curiosità intellettuale da Cesare Brandi».

Quali sono stati i suoi rapporti con Argan?
«L'ho conosciuto a Napoli nel 1965, alla libreria Guida, luogo allora di incontri esplosivi, a una conferenza su progetto e destino dell'arte. Altri tempi! A dibattito aperto gli chiesi: "E la morte?". Lui: "Non ho notizie sul dopo". E io: "Ne ho molte sul prima". Un colpo di fulmine. E poi l'incontro e un legame cementato da assidue frequentazioni dal mio trasferimento a Roma, avvenuto nel 1968, fino alla sua morte, nel 1992. Andavo a trovarlo a via Casini nella sua piccola stanza da stratega delle idee. Mi colpiva la sua figura scarna, quella schiva e mai reticente cordialità, il corpo essenzialmente aderente alla sua militanza, inviato speciale nella riflessione. Inoltre la lucida impeccabilità del suo linguaggio. Polsi forti, adatti a un costruttore di architetture mentali. Una "machine à penser", anche nel silenzio.

Non c'era una diversità di opinioni, di vedute?
«Lui storico e io critico eretico, entrambi moderni. L'opera vista come un epifenomeno, un détour della storia, in un mondo incalzato dalla tecnica in cui l'arte svolge un ruolo oppositivo e riflessivo. Da qui l'idea del XX secolo principalmente come storia delle avanguardie. Per coerente visione, la storia come progresso, chiedeva all'arte una funzione progettuale per il futuro. Io, per diversa formazione culturale, marcavo nell'opera I sintomi piuttosto del tradimento, I'affermazione di un'identità laterale del soggetto. Nella diversa scala del nostro percorso entrambi siamo armati di metodo interdisciplinare e di parzialità».

Non c'era una diversità di opinioni, di vedute?
«Lui storico e io critico eretico, entrambi moderni. L'opera vista come un epifenomeno, un détour della storia, in un mondo incalzato dalla tecnica in cui l'arte svolge un ruolo oppositivo e riflessivo. Da qui l'idea del XX secolo principalmente come storia delle avanguardie. Per coerente visione, la storia come progresso, chiedeva all'arte una funzione progettuale per il futuro. Io, per diversa formazione culturale, marcavo nell'opera I sintomi piuttosto del tradimento, I'affermazione di un'identità laterale del soggetto. Nella diversa scala del nostro percorso entrambi siamo armati di metodo interdisciplinare e di parzialità».

Parzialità?
«Lo si desume anche dal manuale. LasuapreferenzaperMichelangelo architetto, il Neoclassicismo, il Bauhaus. L'estraneità per fenomeni quali il Manierismo, il Futurismo e la Metafisica. Una critica sottilmente ideologica, un punto ritagliato di osservazioni da cui analizzare con "gravidad" movimenti ed emblemi della storia dell'arte. Io a mia volta rintraccio la matrice del contemporaneo nel Manierismo, nell'arrovellata concezione della storia dell'arte come metalinguaggio, sublimata nella citazione, fino a individuare un movimento quale la Transavanguardia».

Ma la morte dell'arte teorizzata da Argan non si contrappone alle sue tesi sul sistema dell'arte?
«Nel 1988 Argan mi coinvolse per il quarto volume sull'arte moderna dal 1770 ad oggi. Credo proprio per la mia teoria sul sistema dell'arte che andavo sviluppando dal 1972. Intravide evidentemente una cornice, la descrizione professionale dei diversi ruoli componenti la rete internazionale dell'arte. Che creava una globalizzante accelerazione del suo consumo, spingendo l'opera verso quella linea di confine di una ipotetica morte dell'arte e naturale negazione della sua funzione progettuale».

Sembra comunque curioso il suo coinvolgimento in un manuale di storia dell'arte come questo... E qualè la sua linea?
<<Tutto nasce dalla lucidità strategica di Argan, dalle sue dimissioni di critico, ma non di storico, da una attualità imprevedibile, che sembrava definitivamente cassare l'intenzione riformatrice della ricerca artistica. Da qui la chiamata di una personalità irrequieta come la mia, non prevenuta 0 governata dalle ideologie, tanto da aver stigmatizzato il darwinismo linguistico delle neo avanguardie, I'idea di una evoluzione pura mente lineare della attualità dalle avanguardie storiche. Nella mia parte procedo per movimenti e figure esemplari. Dal confronto negli anni Sessanta trale avanguardie in Europa e in America, alla crisi delle ideologie negli anni Settanta, alla Transavanguardia degli anni Ottanta, per raggiungere gli anni Novanta, dominati da multiculturalismo e multimedialità».

E oggi?
«Ora l'arte ritorna alle "piccole utopie", una virata verso il nostro presente. L'intenzione è quella di bucare la sensibilità pellicolare di un corpo sociale omologato e segnare per efficace differenza l'identità dell'artista. Incubazione poetica di tutto questo è sicuramente Aperto 93 "Emergenze/Emergercy" della mia Biennale di Venezia».

A dieci anni dalla morte di Argan...
«A dieci anni dalla sua scomparsa credo che sia arrivato il momento di dedicare una strada ad Argan trai massimi storici dell'arte del XX secolo, il primo sindaco laico dopo Nathan.
Ho fiducia che avvenga».


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