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Andy Warhol, photo Greg Gorman, 1983
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Un ambiente indifeso e meticclo promiscuo e multirazziale che ha visto cadere tra gli altri Keith Haring, Basquiat e lo stesso Andy
Se avessi avuto più forza '' sarei rimasto a casa a fa`` re le pulizie» disse una volta Andy Warhol.
La sospirata affermazione da casalinga inquieta pub essere l'epigrafe perA, pubblicato a New York nel 1968 e dell'american scene fino agli anni'80. A come anfetamina, sostanza che attraversa e determina struttura e sintassi della vita artistica americana dalla pop generation all'»edonismo reaganiano». Determinante per la sua stesura non è l'artista ma l'artiere, quello che letteralmente ha trascritto la registrazione di 24 ore, una giornata telefonica ideale, di Ondine, al secolo Robert Olivo, attore preferito di Warhol ed interprete di Chelsea girls.
Gli interlocutori sono artisti, musicisti divi e anche manovalanza dei la factory, voci di uno spaccato orale; inesauribile e senza punteggiatura, come si conviene all'inerte quotidiano di New York, in cui una dose di anfetamina è la giusta posologia per poterla affrontare. La decisione d'artista fu di rispettare la pura trascrizione dell'artiere, ogni errore grammaticale e lessicale, o stile afasico del parlato, gli slogans, gli inciampi linguistici e le onomatopee. Insomma Warhol realizza un yero e proprio readymade letterario, spostando l'intero oggetto orale nella cornice tipografica del libro. Dove prevale il carattere antieroico di vite tutte colate nei tracciati della linea te-lefonica, entro cui per circolare si smaterializzano e diventano puro flatus vocis. Esse fanno irruzione da fonti inaspettate, case private o cabine telefoniche, eppure controllate dal progetto d'artista, il grande manipolatore della factory, che fa dell'opera una base d'ascolto.
Contro la squisita madeleine del tempo perduto, un qualsiasi apparecchio telefonico al servizio del tempo ritrovato, protesi per una comunicazione fisicamente distante, per questo anche affannosa e sospirata, aggressiva e suadente. La stesura antiproustiana di A è frutto dunque di un apoetica che rifiuta i labirinti della memoria, anche se mima della Recherche il capovolgimento di qualche identità maschile in quella femminile. Robert Olivo diventa Ondine. E Warhol diventa Drella, crasi tra Dracula e Cinderella. Il flash illumina il dettaglio, I'anfetamina scuote le spoglie di soggetti altrimenti galleggianti per le strade di New York. Non è necessaria l'accensione della memoria. Bastano un telefono, un registratore e una tipografia, tecnologie al servizio dell'uomo per una permanenza del tempo sul piano presente. Ha detto ancoraWarhol: «Tutti si rassomigliano e agiscono allo stesso modo, ogni giorno che passa di più Penso che tutti dovrebbero essere macchine. Penso che tutti do - vrebbero amarsi. La pop è amare le cose. Amare le cose vuol dire essere come una macchina, perché si fa continuamente la stessa cosa. Io dipingo in questo modo perché voglio essere una macchina».
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Credo proprio che A sia la targa di una serie di macchine celibi in continuo e coatto esercizio, produttrici di conversation pieces in cui le voci si incontrano scontrano, sospirano ma in realtà non si incontrano mai. Dopo i 49 racconti di Hemingway possiamo sospettare che A sia, oltre una targa, anche l'Alfa privativa di ogni tensione del romanzesco, un genere poi interamente riromanzato dalla soap opera televisiva. Alla fine A diventa il prefisso che aggancia la conversazione attraverso l'istantanea madeleine telefonica.
Il profeta A aveva previsto tutto, vanità e clonazione della vita ma non la sua decimazione. L'Aids, grande flagello degli anni'80, abbatte le difese immunologiche di New York, un ambiente indifeso e meticcio, promiscuo e multirazziale. Cade in sequenza e prolificazione numerica, per virus crak o eroina, una massa di artisti, letterati e musicisti: Keith Haring, Jean Michel Basquiat e lo stesso Andy, un errore di anestesia per una banale operazione. Una città senza immunità. Il grande numero comincia con un inedito conto alla rovescia. Una fuga da tutto, dai modelli di vita improntati al contatto e allo scambio. L'arte registra le proprie vittime e sviluppa da questo momento una strategia della attenzione verso numerose emergenze sociali. La fotografia sembra il mezzo che meglio sappia rappresentarla. Nan Goldin, Andres Serrano, Julio Grimonprez consegnano pubbliche istantanee di disperazione, morte e attentati. Nella cornice del sistema dell'arte di sempre che comincia il suo esodo da West Broadway verso Chelsea, quartiere affacciato sul fiume e pronto alla speculazione edilizia.
L'industria telematica non conosce pause negli anni '90. Sembra volere riempire il vuoto con i videoclips e la loro scia di vitalità. Si affaccia sul mondo della sperimentazione visiva e ne carpisce le forme più evolute. Con video-music e MTV inizia un esproprio di massa e plagio che spostano l'arte verso il consumo musicale. Una creatività diffusa investe l'industria. Nel campo dell'arte nasce comunque il bisogno di una larga comunicazione e molti artisti come Julian Schnabel, Shirin Neshat, David Salle, Robert Longo, Vincent Gallo si confrontano con il cinema e il suo sistema produttivo. La morte di Leo Castelli, ultimo grande tycoon del sistema dell'arte internazionale, segna il passaggio del timone nel mercato a Larry Gagosian che imposta la sua politica sullo star-system e il grande formato. L'ultima generazione di artisti sembra preferire alla vecchia economia del collezionismo quella new di Internet. Designers di portali e siti affollano la navigazione diurna e notturna del nuovo popolo telematico. Artnet e Index diventano luoghi virtuali di un nuovo tipo di esposizione che accolgono immagini e architetture, decorazione e figurazione, in un intreccio algido e vitale, molto vicino alle prime vetrine disegnate da Andy. Il campione si chiama Laverdiere. New York ha ripreso il suo ritmo produttivo e incalzante, ha cancellato tutte le morti di massa e, mangiando orientale, ha dimenticato a memoria l'unica morte individuale. Quella di Andy, madre di tutti gli artisti, anche del 2001.
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