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Mario Merz - AVEVA CERCATO L’INFINITO
La Repubblica 10 novembre 2003


L'artista è scomparso ieri Milano, dove era nato nel 1925
Cominciò a lavorare negli anni 50
Mario Merz
AVEVA CERCATO L’INFINITO
ACHILLE BONITO OLIVA

È SCOMPARSO ieri mattina a Milano Mario Merz. Qui era nato nel 1925. Fin dagli anni Cinquanta l'artista fu legato alle sorti dell'arte piemontese. Prima il situazionismo di Pinot Gallizio e Asger Jorn, al quale si ispira per i primi suoi lavori, poi l'arte povera di cui è uno dei protagonisti assieme alla moglie Marisa, a Penone, Pistoletto, Zorio. I suoi igloo, gli animali preistorici, i neon, i tavoli, le fascine sono presenti oggi nei musei d'arte contemporanea di tutto il mondo. Nell'89 il Guggenheim di NewYork ha ospitato una sua retrospettiva, a Tokyo due settimane fa gli è stato assegnato il Praemium Imperiale per la scultura. Appena sabato Torino ha acceso sulla cupola della Molenna sua installazione per le Luci d'Artista, una Serie d i Fibonacci al neon che è stata fra le sue ossessioni fin dal 1970. I funerali si svolgeranno domani alle 11 nella chiesa di San Fedele a Milano.

Viene prima il numero uno. Poi uno più uno due. Due più uno tre. Due più tre cinque. Cinque più tre otto. Otto più cinque tredici. Tredici più otto ventuno. Ventuno più tredici trentaquattro.. .

Centoquarantaquattro più ottantanove fa duccentotrentatre: è un numero della serie di Fibonacci, legge della proliferazione numerica individuata dall'abate medievale vissuto a Pisa, una sequenza numerica e al contempo organica.

Tutta l'opera di Mario Merz haalsuocentroquestosemevitale, la cui fecondità si espande inesauribile e molteplice. Da qui la predilezione assoluta per la forma a spirale, come forma matematica e simbolica. La spirale che allontanandosi per infinite ripetizioni da se stessa si ribadisce. Così Mario disegna ripetutamente il guscio della lumaca, la conchiglia, fino a ribadirle incantato nell'architettura essenziale dell'igloo. La spirale è la forma per eccellenza del mutamento e del tempo. Vi individua il segno grafico della struttura del movimento originale di ogni gesto umano. Per Merz l'uomo si muove attraverso spostamenti delle mani, oscillazioni psicosomatiche quasi ignare dell'avanti e del dietroodell'altoedelbasso,l'orizzontale e il verticale, ma piuttosto come emanazione di un puro movimento aperto e circolare.

La spirale dunque proprio perché parte da un'asse virtuale, per aprirsi all'infinito è l'emblema dinamico dell'espansione biologica. Così il centro del guscio della lumaca è anche il centro del foglio su cui Merz traccia la sua spirale. Il movimento della mano sembra procurargli quello stato meditativo che dà forza alle forme che rincorre.

Merz ha sempre operato sulla dicotomia energia-espans1one, nucleo pomarlo riconosciuto e assecondato con ogni materiale possibile, i numeri, la cera, il neon, la scrittura, il vimini. Fino all'apparire dellacosa "igloo", magico arcaico-futuro. Asserisce così l'indissolubilità tra l'accensione iniziale dell'energia e il suo successivo espandersi così che è possibile applicarla in scala, dal microcosmo al macrocosmo. Dal foglio di carta all'architettura...
Il tavolo. Tutti i tavoli di Mario nascono dalla memoria infantile del tornio del padre, inventore e ingegnere. Tutti i torni sono dei tavoli e tutti i tavoli diventano dei torni dove sperimentare la crescita dinamica delle cose attraverso la forma.


Il sistema combinatorio presiede la sua opera, come una tessitura appena nascosta che ne contiene la sensibilità.

Nel 1970 Merz realizza una sorta di architettura numerica un'opera il cui teatro matematico è unvero pub di Londra. Alcuni awentori bevono, per Merz sono numeri vivi e dunque disposti come proliferazione numerica seduti ai tavoli come normali consumatori, ma anche moltiplicatori di energia.

A Pescara costruisce un tavolo a forma di tenaglia, sorta di spesso ideogramma nei pressi di un ex carcere borbonico, vicino a un fiume. Lungo quindici finestre i suoi numeri al neon. Da 1 a 987. I numeri riflessi nell'acqua hanno una progressione reale, trascinati dal fiume verso il mare. Contemporaneamente Marisa ha disposto su di un tavolo frutta e verdura, una montagna di rape bianche e rosse, sedani e cachi. La loro disposizione prende la forma di un'isola, luogo edenico a cui è possibile accostarsi solo dal mare. Il tavolo è approdo e miraggio.

L'opera più densa Merz la realizza a Villa Pignatelli a Napoli. Il tavolo-tenaglia corre dentro un igloo di vetri rotti, sotto un brulicare di carta stampata e di numeri al neon sopra "la natura morta" vive, disposta con cura da Marisa anche nell'igloo. L'igloo è delicato palazzo di vetro che racchiude la vita.

Con la storia Merz si confronta con l'ultimo suo tavolo di rnetallo a spirale, ricoperto di marmo e frutta, nell'estate di quest'anno in Firenze a Villa Belvedere, con il diametro di 48 metri, aunti quelli della cupola di Brunelleschi che segna all'orizzonte il confronto.

"Sit it", 1968 (contemporaneo alle lotte studentesche) è una piccola conca di metallo che contiene una serittaal neon su uno strato di cera, rattenuto da una rete curva ed elastica come a evitare dispersioni di forza, e a evidenziare in forma sensibile la geometria del quadrato che accoglie la scritta: ma il quadrato, campo vitale, è occupato da una figura seduta, che ristagna immobile come la cera.

Mi ricordo. Ora mi ricordo quando feci esplodere in sua presenza il mio noto petardo: «L'artista è un errore biologico rispetto all'opera„. Mario schiuse le labbra, come era solito fare. Poi al centro di quella criniera da leone mansueto si disegnò il sospetto: “Perché?„, mi chiese. “Perché l'artista muore e l'opera resta a futura memoria!” (mio refrain).

Marisa appoggiò il silenzio di Mario. Un silenzio doppio e non ostile, sostenuto da entrambi,come tutto nella loro vita, coppia di artisti sodali e diversi...

Mario è morto ieri a Milano. Tutta la sua opera è dimostrazione di resistenza e assertività: è morto dove è nato. A Milano nel 1925, dove studia medicina, milita in "Giustizia e Libertà", partigiano e prigioniero durante la seconda guerra. Comincia a dipingere nei primi anni Cinquanta, materico e informale, I'arte è cicatrizzazione di ferite profonde. Mario ha forza morale e impulso costruttivo. Oltre la materia che buca e attraversa con le sue prime aste al neon. Siamo a metà negli anni SessantaacuisegueaTorinolastagione poverista del '68. Allo spontaneismo, anche politico, di quei tempi, Merz contrappo - ne il rigore dei suoi progetti: alla domanda "stampata" al neon «Che Fare?„ risponde riscoprendo la forma dell'igloo, scrigno vitale, archetipico ricostruibile all'infinito.

Anche per Mario l'arte è previsione di spesa di fronte allo zero della morte.

ABO